Gaudio vive l'arte con un occhio critico nei confronti della società. Le sue opere sono brevi narrazioni, dei moniti, mai dei sermoni. Lapidario quanto basta per riconoscersi nelle proprie radici di streetartist; un genere d'espressione artistica che nasce nel secolo scorso che ora, sdoganato dalla sua lunga storia, diventa accademico. Un accademismo ben articolato in più generi, correnti e scuole.
Il tratto veloce che rasenta lo stencil senza mai avvicinarcisi, un bianco e nero che solo di recente è stato mitigato da cromatismi che rimandano alle origini dei graffiti più classici: i tag e le calligrafie, che sono diventati le note distintive del suo lessico.
Gaudio ci narra storie, e le storie sono il suo fare arte; un arte narrativa. Le sue sono sempre storie in ambito sociale, spaccati critici dei nostri comportamenti. Non sono mai narrazioni di singoli individui riconoscibili per loro particolare condotta. I suoi soggetti sono archetipi della collettività. La sua critica potrebbe essere il frutto di un moralismo non confessionale. Il suo dovrebbe essere definito un moralismo laico. Un moralismo che si distingue da quello religioso in quanto tollerante verso la devianza dai dogmi. Un moralismo che non impone divieti, come fa il moralismo religioso che si scaglia contro, e indifferentemente, sia al "malum in se" che al "malum prohibitum".
Nella mostra presso lo Studio Bolzani , con la sua narrazione per immagini, Di Vicino Gaudio prende spunto da alcuni principi, i vizi capitali, per traslarli dai comportamenti dei singoli a quelli della società in generale e così facendo il suo giudizio non censura il comportamento dei singoli ma ricerca le radici sociali di questi mali.
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mercoledì 19 settembre 2018
Il moralismo laico di Alessandro Di vicino Gaudio
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martedì 14 marzo 2017
Arte Sociale
Dopo aver fatto due mostre di Alessandro Di vicino Gaudio, un artista che per certi aspetti, come altri del resto, riflette sui mali della società e le ansie del suo futuro sviluppo, mi è parso opportuno interrogarmi e chiedere consiglio ad amici, a proposito di un pensiero un po' sopito che era molto in voga tanti anni fa. Questo pensiero percorreva le schiere degli intellettuali rimbalzando da una parte all'altra senza posa. Un pensiero in cui ci si interrogava sul ruolo dell'arte e se, e come, questa avesse una sua funzione sociale. Alle volte si andava oltre chiedendoci se avesse anche una capacità di incidere sostanzialmente nel tessuto in cui andava a collocarsi, provocando un'alterazione del corso degli eventi (accezione cui si riferisce l'architetto Valeria Armani nel suo intervento).
Certamente alcune forme dell'espressione artistica, come la letteratura, ad esempio, vivono maggiormente questa condizione, altre, per loro natura, possono essere partecipi o meno di questo agire. Bisogna andare quindi nel tessuto più profondo per poter discernere. Bisogna forse in primo luogo definire cosa si intende per "arte sociale" e poi valutare che impatto, che ruolo e come essa possa in qualche modo incidere sulle nostre vite.
Appare evidente che in molti casi le arti figurative possono assolvere questo ruolo di "sollecitatore" alla riflessione, diventare spunto ed occasione di ricordo e celebrazione. Possono benissimo essere lo strumento con cui la società prende coscienza di certi problemi o diventare veicolo di messaggi sintetici espressi in maniera non verbale.
Nella storia, per le arti visive, la funzione sociale c'è sempre stata. Dalla preistoria, quando gli sciamani per evocare buoni auspici per la caccia dipingevano animali, fino al ruolo di letteratura per analfabeti assunto dalla pittura quando la committenza ecclesiastica
chiedeva all'arte di raccontare le virtù dei santi ed insegnare al volgo le sacre scritture. In tutti questi casi la pittura ha assolto egregiamente un compito di comunicazione sociale. Alla
celebrazione della divinità si è succeduta poi una committenza laica e la celebrazione passò ad essere quella del condottiero, del
chiedeva all'arte di raccontare le virtù dei santi ed insegnare al volgo le sacre scritture. In tutti questi casi la pittura ha assolto egregiamente un compito di comunicazione sociale. Alla
nobile delle gesta eroiche di un paese: la celebrazione del potere, in definitiva.
L'arte successivamente, in molti casi, ha celebrato il malessere della società. Si è fatta espressione di stati d'animo o di condizioni di vita. Testimone degli aspetti della società in cui andava ad inserirsi. Assistiamo quindi ad un'alternanza tra critica sociale e apologia del potere, espressione di malessere individuale in molti casi condivisibile.
Un aspetto particolare della definizione di "arte sociale" lo si trova negli scritti di Rothko. Lui ci parla di un arte che è totalmente sociale, qualunque forma assuma. Probabilmente in questi scritti sta parlando di se e del suo malessere, che, tra l'altro, corrisponde ad una fase di cambiamento estetico del suo lavoro: dal figurativo più accademico ad una forma di surrealismo che poi lo condurrà all'astrazione pura di derivazione surreale. In questi suoi scritti contrappone i termine sociale all'uso strumentale dell'arte come forma di fuga dalla realtà (escapism). Una fuga perpetrata dall'artista, s'intende. Nel negare questo presunto intento d'alienazione, di cui probabilmente qualcuno lo ha accusato, sostiene che tutte le forme d'espressione hanno un risvolto sociale. Nel momento in cui qualcosa viene immesso nel mondo sociale, essa in qualche modo incide. In primo luogo incide sulla persona stessa che ha immesso l'oggetto in questione, e per riflesso, quindi, sulla società intera. Si arriva quindi ad una interpretazione molto ampia che vede ogni gesto e comportamento umano come fatto "sociale". Una anticipazione delle affascinanti teorie del caos sintetizzabili nella metafora della farfalla che battendo le ali a Pechino sposta la traiettoria di un tifone sulle coste orientali d'America. Ma nello specifico, per quanto affascinanti, queste teorie non aiutano a capire se oggi abbia ancora senso parlare di "arte sociale" per le arti figurative.
Partendo da questa concezione estesa, rothkiana potremmo dirla, probabilmente il professor Bonini incentra la sua risposta.
Ma non è il solo. Anche Giorgio Seveso, critico militante e per lungo tempo curatore di tanti artisti che hanno inteso politicamente il loro ruolo d'artista, estende il concetto di "arte sociale" all'etica dell'artista.
L'architetto Armani, invece, contestualizza in un ristretto arco temporale la sua riflessione. Si riferisce a quegli anni di "militanza" degli artisti, partecipi di un vorticoso dibattito sulla trasformazione della società in cui ambivano assumere un ruolo di traino e stimolo.
Ringrazio anche Angelo De Francisco Mazzaccara per le sue critiche espresse ai video pubblicati in anteprima su youtube per aver permesso un ulteriore chiarimento e ringrazio anche tutti quelli che vorranno dire la loro in merito.
Ma non è il solo. Anche Giorgio Seveso, critico militante e per lungo tempo curatore di tanti artisti che hanno inteso politicamente il loro ruolo d'artista, estende il concetto di "arte sociale" all'etica dell'artista.
L'architetto Armani, invece, contestualizza in un ristretto arco temporale la sua riflessione. Si riferisce a quegli anni di "militanza" degli artisti, partecipi di un vorticoso dibattito sulla trasformazione della società in cui ambivano assumere un ruolo di traino e stimolo.
Ringrazio anche Angelo De Francisco Mazzaccara per le sue critiche espresse ai video pubblicati in anteprima su youtube per aver permesso un ulteriore chiarimento e ringrazio anche tutti quelli che vorranno dire la loro in merito.
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martedì 29 novembre 2016
Alessandro Di Vicino Gaudio e la "Nuova Oggettività"
Alessandro di Vicino Gaudio vede l'umanità del suo tempo attraverso le icone mediatiche che pervadono ogni angolo disponibile. Il tutto viene poi infarcito dall'esperienza diretta della sua vita quotidiana, simile a quella di tutti noi. Il risultato è un racconto, una storia, un viaggio lungo una personale introspezione che potrebbe essere quella che ciascuno, se ne avesse voglia e capacità, dovrebbe di tanto in tanto fare. Un riferimento al suo fare lo possiamo trovare, per certi versi nella storia dell'arte d'inizio secolo scorso. Potremmo andare in quella Germania travagliata e tumultuosa dove si è fatta, nel bene e nel male, la storia europea. Gli inizi secolo forse si assomigliano tutti, così come si assomigliano le paure di tutti i fine millenni. Ma oggi più che mai i moniti e i segni devono essere colti da quelle persone che, per loro natura e per loro funzione sociale, sanno raccogliere le vibrazioni, le sensazioni, le grandi paure nascoste.
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| Otto Dix, Sylvia von Harden, 1926 |
Queste persone non possono che essere gli artisti, e Gaudio è artista fin nel midollo.
Se George Grosz, Otto Dix o Max Beckmann prima di lui dovevano accontentarsi del loro prossimo, incontrato in piazze, Caffè o alle feste, per alimentare il proprio orrore per il tempo in cui erano costretti a vivere, ora Gaudio può farlo usando una varietà di soggetti che possono essere collocati indifferentemente in un paese occidentale o in uno orientale. Un ovunque.
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| George Grosz, Il funerale. Dedicato a Oskar Panizza, 1917-1918 |
In quel "non luogo" che raccoglie tutto senza distanze e senza tempo. Nessuna distanza geografica a dividere, ma solo quella sociale a fare da spartiacque. Il suo mondo artistico è pieno di tutti quei timori che hanno attanagliato scrittori e registi negli anni travagliati del novecento e ancora oggi rimangono latenti nella nostra società.
Certe volte le visioni sono apocalittiche, anche se descritte sempre con quello stile asciutto e semplice che ricorda lo "stencil" o il fumetto, altre volte sono semplici moniti di una deriva progressiva.
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| Max Beckmann, Ricevimento a Parigi, 1931 |
Ma Alessandro è solo pregno di pessimismo tragico? Sarebbe poi così impossibile, secondo la sua visione del mondo, liberarsi da questa tragedia accentratrice nell'ego di tutte le energie vitali? forse non è così, dopotutto lui è un artista e produce quadri. Un dipinto, dopotutto, parla sempre di più cose. Molte di più di quanto l'immagine sembri riportarci. Le opere di Alessandro ci parlano di lui, del mondo in cui è immerso e che affronta ogni giorno; ci parlano delle immagini che lo colpiscono, che si trascina dietro anche quando chiude gli occhi, di come le ricompone in nuove forme, in nuove sequenze. Certo che le sue visioni del futuro sono degne delle più apocalittiche descrizioni orwelliane, o degli scenari opprimenti di Bradbury. Le sue immagini sono le "ipotetiche" elementari di un preoccupante oggi troppo silenzioso, dei moniti da tener presenti lanciati con la speranza di smuovere quel che rimane dell'empatia umana non ancora svuotata dalla freddezza dei mezzi di comunicazione indiretta di cui oggi ci circondiamo.
Ma poi si insinua timidamente un segno di speranza. Una speranza che l'umanità, nonostante tutto, rimane e se coltivata sboccia. Un miracolo che vede anche il deserto fiorire di tanto in tanto. Così è per la natura di cui siamo comunque parte. Così si ha una speranza e una via d'uscita.
| “In a cloudy day” acrilico su tela 120x50cm |
Dopo tanti ammonimenti ecco una cura da seguire, attuando l'esortazione di Ralph Waldo Emerson: "Scrivilo nel tuo cuore che ogni giorno è il miglior giorno dell’anno".
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